Monastero Santissimo Salvatore

Monache Benedettine dell'adorazione perpetua del Santissimo Sacramento, Grandate

Io vedo solo l’attimo presente: quello che segue lo lascio a Dio e sto attenta a no occuparmene. Perché altrimenti non solo perderei la grazia che è racchiusa nel momento presente…Ma in più mi esporrei a mille inquietudini, difficoltà e turbamenti di spirito.

(madre Mectilde de Bar, N 1021 argomenti spirituali diversi)

La Seconda Guerra Mondiale

 

Il 10 giugno 1940 scoppiò la seconda guerra mondiale e quando la notizia giunse, tutte le monache restarono impressionate dall’evento, pur essendoci state in precedenza le avvisaglie di questo tragico fatto. Le monache avevano

fatte ore di adorazione particolare pregando per la pace ed erano informate sulla piega che gli avvenimenti negli anni ‘37-’40 stavano prendendo.

La quotidianità di S. Salvatore non subì grossi cambiamenti, ma in quegli anni le monache sperimentarono miseria e fame. Le attività del monastero, l’asilo per l’infanzia e le scuole consentivano qualche guadagno ma non sufficiente per vivere, anche se la provvidenza e le offerte non mancavano: uova, pasta, farina, dolci. Erano le oblate, che ogni giorno a turno facevano il giro delle cascine dei contadini per chiedere e portare a casa qualcosa da mangiare. Sr. Gemma ci raccontava che andavano in cerca anche dell’olio e c’erano molte famiglie che le aspettavano, ma a volte le precedevano le oblate di S. Benedetto e così c’era da spiegare e convincere i generosi benefattori che loro erano del

monastero di S. Salvatore e che non avevano ancora ricevuto niente.

Sr. Claudia, arrivata da Ronco di Ghiffa nel 1941, iniziò a fare, con la lana comprata dalle donne piedimontesi, il cambio invernale di maglie e calzoni per i soldati italiani che erano sulle colline intorno al paese. Si aveva qualche entrata anche con la refezione giornaliera dei giovani balilla, attività che iniziò dopo i primi anni di dittatura di Mussolini, quando alla

comunità era stato chiesto di ospitare a pranzo i ragazzi all’uscita dalla scuola comunale.

Sr. Guglielmina ci raccontava: ogni giorno erano più di cento…cucinavamo noi la pasta e poi davamo pane e fagioli. La pasta dovevo andarla a prendere a piedi, con un quarto d’ora di strada . Erano cento chili al mese e ogni giro che facevo portavo il pacco da dieci chili sulle spalle. Era un gran lavoro sia per la cucina sia per il bucato, perché tutte le tavole erano apparecchiate con la tovaglia e i ragazzi, si sa, non stanno mica a guardare, perciò ogni giorno c’erano da lavare le tovaglie sporche e ripulire i locali. Eravamo controllate su tutte le quantità di cibo che davamo, persino sul

peso della fetta di pane, per il timore che trattenessimo qualcosa per noi. Spesso noi mangiavamo pasta, una fettina di lardo e il pane che di giorno in giorno cambiava colore fino ad ammuffire. Capitò anche che alla vigilia di Natale (non ricordo l’anno) un colonnello di origine milanese che ogni tanto regalava della pasta alle monache, ci chiese la disponibilità degli spazi del monastero perché i soldati potessero uccidere il maiale che erano riusciti ad avere. Così noi oblate ci prestammo ad aiutare a fare i salami che i militari avrebbero poi portato a Montecassino per festeggiare il Natale.

Durante gli anni della guerra molte furono le persone protette e ospitate occasionalmente, durante le notti di bombardamenti, o per periodi di tempo più lunghi perché cercavano di sfuggire ai rastrellamenti tedeschi. Tra queste,

ritorna spesso, nei ricordi delle monache ancora viventi e che erano presenti in quegli anni, la vicenda di Don Francesco Piazza. Era il giovane cappellano del monastero ed era originario di Piedimonte. Un giorno cercava di sfuggire ai tedeschi che lo avrebbero deportato in un campo di concentramento e si rifugiò in monastero.

Il racconto ci viene da una lettera, senza data, scritta da Madre Pia Volontieri a Madre Giuseppina Lavizzari: …ecco il nostro cappellano Don Piazza giovane ventiduenne, il quale ad un supposto imminente pericolo, sta in mezzo al corridoio, e bianco come la neve, con un filo di voce dice: - Che devo fare io? - Lo si conduce in lingeria1, lo si veste da oblata, ed eccolo in chiesa con la corda al collo inginocchiato nello stallo con il suo visino piccolo, bianco, bianco… che a mezzogiorno è là a prendersi quel po’ di boccone. Lo vado a vedere: è là seduto ancora con la corda al collo, con il

suo grembiule da oblata… - stia tranquillo, - Don Piazza, - gli dico, trattenendomi a stento dal ridere, mangi, sa non c’è più pericolo.

Ci raccontava Madre Metilde che quel giorno, entrando in coro, non aveva riconosciuto la suora con la corda al collo inginocchiata alla colonna e, volendo vedere chi fosse, durante la genuflessione si piegò più che poteva per cercare di scoprirne il viso, ma appena si accorse che le mani unite in atteggiamento di preghiera erano pelose, si rialzò subito

spaventata e rimase zitta. Quando poi il sacerdote uscì dal monastero, i bambini del paese, spesso pagati con le caramelle dagli ufficiali tedeschi per dire dove vedevano nascondersi gli uomini, fecero la spia e Don Francesco fu catturato non appena rientrato a casa propria. Venne caricato sul camion diretto ad Auschwitz, ma fortunatamente quando il veicolo fece sosta a Cassino un generale tedesco, scopertolo sacerdote cattolico, lo rilasciò.

Anche molti uomini del paese che sfuggivano ai rastrellamenti, furono nascosti per lungo tempo nelle cantine del monastero e le mogli portavano loro il cibo.

Un giorno - ci raccontava Sr. Guglielmina - bussarono alla porta, andai ad aprire e mi trovai davanti un ufficiale: subito misi le mani giunte davanti al suo viso per far intendere che eravamo suore, ma lui si irritò e fece segno di voler entrare. Lo accompagnai in refettorio. Le monache in quel momento stavano mangiando e si accorse che non avevamo molto perché sui tavoli c’era appena l’acqua. Volle fare un giro per il monastero e lo accompagnai in parlatorio… poi volle scendere. Nel frattempo Madre Alessandrina scendeva dall’altra scala per avvertire gli uomini della presenza dei tedeschi e perciò di stare zitti, nascosti e di non fumare. Io intanto lo conducevo e pregavo il Signore che ci desse una mano. Arrivati al punto dove si poteva scendere nei sotterranei, il militare si fermò: il luogo era buio e decise di non continuare. L’avevano scampata! Appena se ne fu andato avvertimmo le mogli di venire a riprendersi i mariti perché rischiavamo di essere uccisi tutti quanti e vennero provviste di abiti da donna che fecero indossare ai rifugiati cosicché poterono uscire dal monastero senza destare sospetto.

Dopo questo evento però i tedeschi vennero a perquisire tutto il monastero, facendoci uscire in strada per avere più libertà di movimento. Avevamo paura e lì, tutte allineate contro il muro, pregavamo la Madonna con la corona in mano. Un soldato che ci sorvegliava mi chiese la corona, ma intervenne madre Alessandrina che, dandogli la sua, gli chiese di salvarci e lui rispose con dei gesti che capimmo benissimo: - Se salvo voi, uccidono me. - Non trovarono nulla e ci lasciarono libere.

Fu ospitata anche una mamma ebrea con la sua bambina. Solo le monache addette alla foresteria erano al corrente della loro identità. Entrambe riuscirono così a sfuggire ai campi di sterminio. Dopo la morte della mamma, ci raccontava Madre Metilde, la bambina disse di averla sognata che le diceva di fare pure la prima Comunione perché Gesù era vivo e vero.